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Quando un individuo viene improvvisamente a contatto con un contesto culturale diverso, non familiare, perde i riferimenti e si potrebbe ritrovare in uno stato di stress psicologico. Questo perché vengono a mancare i riferimenti nella vita emotiva, pratica e cognitiva, assieme ai segnali di interazione sociale noti (piccoli segni che ci forniscono un senso di appartenenza, sicurezza e prevedibilità come per esempio: come e quando stringere la mano, quando accettare gli inviti o meno, quando usare l’ironia e quando evitarla).

Il termine culture shock viene coniato nel 1951 dall’antropologa Cora DuBois per indicare il senso di smarrimento davanti a cui si trovavano gli antropologi stessi una volta a contatto con culture diverse. Alcuni anni dopo, nel 1954 l’antropologo Kalervo Oberg utilizza questo termine con riferimento a tutti coloro che si ritrovano a viaggiare all’estero e ad affrontare nuove culture. Secondo Oberg lo shock culturale è infatti ansia derivante dalla perdita di qualsiasi segnale familiare e di qualsiasi simbolo della propria società e ritiene sia suddivisibile in 4 fasi:

LUNA DI MIELE: è solitamente la fase iniziale, vi è una sensazione di fascinazione generale per tutte le novità che si incontrano nella nuova cultura e si tende a sottovalutare le differenze o i piccoli problemi;

PERIODO DI CRISI: le differenze vengono a galla, l’eccitazione diventa delusione, si va spegnendo il senso di novità e proattività. Si può verificare un vero e proprio un crollo e in alcuni casi le persone diventano aggressive a causa della frustrazione;

FASE DI AGGIUSTAMENTO: è la fase della consapevolezza, quando le persone iniziano a sentirsi in un contesto che diventa più familiare. Lentamente si muta il proprio approccio negativo;

FASE DI ACCETTAZIONE E ADATTAMENTO: si fanno strada nuove visioni e nuovi modi di vivere, le persone si sentono finalmente adattate nel nuovo contesto, prendono parte alle attività sociali e culturali.

Questa interessante suddivisione in fasi è tuttavia puramente indicativa: alcune fasi possono essere saltate e si può facilmente recedere alla fase precedente.
Secondo Peter Adler, piuttosto che essere una malattia per la quale l’adattamento è la cura, lo shock culturale si configura come un’esperienza nella comprensione e nel cambiamento del Sé.

Ed è proprio partendo da questa accezione di comprensione e cambiamento che si può intervenire prima di intraprendere un percorso (di piacere o di lavoro) in una terra culturalmente diversa da quella di origine.